Piccolo Tibet...
... il grande viaggio (racconto di Micaela)
Si apre il cielo...
... da Sarahan a Sangla, ci si asciuga
13 agosto 2007
...dalla Sutlej Valley a Sangla
Sveglia
ore 6.30 per la puja delle 7.30 sotto una pioggia che non molla mai. Al
tempio le regole sono molto rigide: ci togliamo le scarpe, lasciamo borse ed oggetti di pelle,
macchina foto e non si sa perché anche la mia giacca per la
pioggia (Irene ne ha indosso una identica e la lasciano passare), ci
fanno mettere un cappello e firmare il quaderno, solo dopo possiamo
entrare nel cortile e, bagnati fradici a piedi nudi, visitare l’interno del
tempio dedicato a Parvati, Shiva e Kali. Ci sono porte istoriate e
dipinti, due torrette e più tempietti sullo stesso cortile.
Suoniamo la campana, osserviamo la preghiera, usciamo chinando la testa
ma senza dare le spalle alla statua del dio e torniamo a prendere le
nostre cose e a restituire il cappello. Colazione in un dhaba (specie
di chioschetto con due tavolini) con cucina tibetana/indiana. Prendiamo
paratha e momo (deliziosi ravioloni al vapore ripieni) ci
gustiamo la preparazione sul momento,
memorizziamo i passaggi e decidiamo di acquistare prima di partire la
padella apposita.
Carichiamo i bagagli e si riparte... Durante il viaggio verso Sangla il
cielo si apre e finisce il diluvio che ci ha accompagnato fin qui con
la sua umidità incollata addosso per giorni. Dalla strada a
mezza costa vediamo il fiume in basso gonfio di acqua, i vari lavori in
più punti per la costruzione di dighe (questo è il
progetto nr pinko, questo è quello nr pallo... Ce ne sono mille
sullo stesso fiume) e il solito traffico intenso di camion di mele. Ci
fermiamo come tutti, camion compresi, al tempio del buon viaggio... Ogni
tanto, sperduto nel nulla sulla strada, c’è un tempio o una
pittoresca casetta di un altrettanto singolare baba e gli autisti si
fermano a suonare la campana e fare la puja come buon augurio. Piccola
sosta da Great
Happy Baba ed arrivo a Sangla in un fervore di preparativi per
l’arrivo a breve del Chief Minister (il governatore dell'Himachal Pradesh). Spianano ed allargano la strada poi
abbelliscono con pietre ai lati (una donna posiziona la pietra e
l’altra la colora di bianco). Pranziamo in un locale al primo
piano con un piccolo balconcino dal quale seguiamo i lavori tra un momo
e l’altro. Nel pomeriggio facciamo un giro della cittadina e
visitiamo un tempio dove molte persone in abbigliamento locale (nel
kinnaur hanno tutti un cappello cilindrico non alto con una striscia
verde e le donne gli scialli pesanti che usano per tutto: ci portano
bambini e legna, si riparano da freddo e vento e chi più ne ha
più ne metta) aspettano l'ora della puja serale, sedute nel cortile. Ci viene offerto del chapati con una poltiglia
dura e burrosa (a base di farina d'orzo) e non ci sono ragioni: dobbiamo mangiare. O per lo meno,
io mangio, con Fabio che mi guarda male perché non sa se possa essere dannoso e gli altri che fingono e nascondono (nessun problema di salute comunque). In un piccolo shop Tony fa scorta di
dolcetti indiani (tutti un po’ stopposi di burro e miele) per
assaggiarli mentre continuiamo il girovagare spostandoci verso il
fiume. Ogni fiume ha il suo ponte ricoperto di bandierine buddiste
(preghiere al vento) ed ogni ingresso di paese il suo arco di benvenuto
(con mandala, disegni ed intarsi).
Sono
un popolo curioso gli indiani, i bambini salutano in inglese (anche i
più piccoli) e tutti vogliono una foto per guardarsi nella
digitale e sorridere. Compriamo una birra per 55rp al negozio di
liquori e torniamo in albergo. Questa volta pur non essendo segnalato
sulla Lonely, l’hotel è uno spettacolo: facciata colorata
appena rifatta, stanze pulite, giardinetto con tavolini e
un’ampia sala da pranzo con televisione che trasmette la
telenovela più amata e seguita da queste parti, Sanijqualchecosa
(due Ridge e Thorne locali che litigano per la donna di turno a colpi di
occhiatacce e musica del ’30). Per cena prendiamo veg biriani e
dal più chapati. Invece del solito scopone passiamo la serata ad
ascoltare Negi che ci parla della catena dell’Himalaya e dei
possibili trekking (lo prendiamo in giro dicendo che con il nostro jeep
safari si annoia). Non lo ammetterebbe mai, troppo professionale anche
se ha solo 25 anni, ma è vero: quando parla delle sue montagne e
delle traversate a piedi a quote sui 5000 m gli brillano gli occhi e
mette una gran voglia anche a noi, ma per quest’anno è
andata così, torneremo un po' più attrezzati il prossimo anno...14 agosto 2007
...nella verdissima Sangla-Baspa Valley
Uno o due giorni prima la strada per Chitkul (ultima tappa lungo l’antica rotta
commerciale verso il Tibet, villaggio dall’architettura
tradizionale oggi abitato solo sei mesi l’anno) è stata
portata via dall’acqua e dai detriti (un classico debris-flow da manuale)...
In questi giorni a bassa quota non ha piovuto ma probabilmente in alto
sì e questo ha provocato un’alluvione. Il torrente ha
portato via la strada, un campeggio e i meleti intorno per fortuna
senza danni a persone... Dobbiamo quindi cambiare programma: la jeep ci
lascia dove la strada non c’è più e proseguiamo a
piedi (con una breve sosta sdraiati per terra per permettere agli operai
di fare saltare un grosso
masso
portato dal torrente) guadando in bilico su due
tronchi. Arriviamo
soltanto a Rakcham (14 km) perché Chitkul è troppo
lontano, sulla strada delle lucertole di dimensioni giurassiche, ma il
paesaggio è meraviglioso. Una passeggiata è proprio
quello che ci vuole dopo
tanta jeep e ce la godiamo tutta. Ci sono campi di ogla (tipo
grano con fiore rosa, da cui si ricava una farina utilizzata in cucina)
e di orzo,
alberi secolari e tanto verde. Il paese è molto carino: case
di pietra e legno, intarsi e finestre colorate, una scuola (ogni
paesino con una o due anime ha la sua scuola perfettamente funzionante
mentre per le scuole superiori ci sono bus che portano nelle
città più grandi) con un grande cortile pieno di bambini
che giocano (ci individuano subito ed accorrono a provare il loro
inglese,
anni luce migliore del nostro, e a farsi fotografare).
Prendiamo un ginger tea in un dhaba di una ragazza simpatica e
chiacchierona che conosce Negi e torniamo sui nostri passi destinazione
jeep per rientrare a Sangla. Proviamo per pranzo il locale a
fianco a quello di ieri e ne siamo soddisfatti (servizio più
celere e migliore, stessa vista sugli ultimi preparativi perché
l’arrivo del primo ministro è fissato per il pomeriggio).
Tempo di fumarmi una gold flake (le winston della stecca del duty free
di Mosca sono già finite) e saliamo a piedi per circa 2 km a
gustarci Kamru, un tempo capitale dell’impero Bushahr dal quale
dipendeva il Kinnaur e oggi visitabile fino alle 18 perché poi
la guardia chiude l'ingresso.
Si sale a scalini nel verde dei frutteti, tra case di pietra con tetti
carichi di piccole albicocche lasciate ad essiccare e gli
immancabili mucchi di lastre litoidi con inscrizioni (Om Mani) che bisogna sempre superare
in senso
orario. Il tempio è bellissimo ma la parte più antica
è chiusa al pubblico dopo che molti anni fa degli italiani (e poi ci guardano male)
insieme a gente del posto hanno fatto razzia di antichità, almeno così si dice. Foto
degli intarsi sul legno (in questa regione hanno degli artigiani del
legno unici). Mentre scendiamo perdiamo Tony tra i vicoli, Negi corre a
cercarlo e noi aspettiamo tra i locali che con piccoli martelletti
spaccano pietre (ce ne sono ovunque in questi paesi e non smettono un
attimo per tutto il giorno, Negi assicura che sono pagati). Torniamo
all’hotel per cena e scopa...Diario di viaggio
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