Piccolo Tibet...
... il grande viaggio (racconto di Micaela)
I remoti villaggi montani...
...il primo incontro con i rurali e non certo comodi villaggi tibetani
21 agosto 2007
...da Kibber a Taschigan, via Gete
Mi
sveglio presto e riesco a salutare e ringraziare le due amiche italiane
che prendono il bus delle 7.45 davanti al nostro hotel. Lara è
già in posizione di partenza. Lasciamo il grosso dei bagagli che
saranno trasferiti a Kaza per quando torniamo e via. Il primo tratto di
ripida salita ci ricorda subito che siamo sopra i 4000 m. Il respiro
è corto e la dilatazione polmonare minima. A parte questo il
sentiero è bello ed il primo giorno prevede un tragitto non
lungo (circa 3h di cammino) in mezzo a campi di piselli verdi di cui
facciamo scorta (ottimi e dissetanti). Piccola deviazione per me e
Fabio per vedere il piccolo ed antico tempio di Gete ed assaporare il
thè che ci
viene gentilmente offerto da una famiglia locale, e arrivo a Tashigan.
Il paese non è altro che 4 case di montagna e se non fosse per i
6 bambini che da lontano vediamo giocare con un cerchio sembra
disabitato (come le nostre borgate di montagna diroccate ed abbandonate
da anni).
Cerchiamo
riparo dal sole mentre aspettiamo che Lara trovi qualcuno che ci ospiti
(l’ombra su queste montagne di roccia e roccia è un
lusso). Irene e Tony non abituati a camminare in montagna (non
è una buona idea improvvisare dai 4000 in su ma non se la sono
cavata niente male) già si stanno chiedendo perché sono
venuti, ma da lì a poco cominceremo a chiedercelo anche noi (a posteriori invece è stata un'esperienza bellissima!)
quando vedremo l’interno della casa di Tomden dove passeremo la
notte. Nessuno di noi è schizzinoso ma le condizioni igieniche
non sono il massimo ed il grosso problema è che sono le 13 e
dobbiamo far passare un’intera giornata prima di addormentarci e
ripartire per, si spera, destinazioni migliori (adesso stiamo un po' esagerando). Conosciamo una
simpatica nonnina che annuisce sempre e ci sorride. I bambini le rubano
le scarpe per tirarsele a vicenda e lei ci mostra, orgogliosissima, il mini tempietto del
villaggio. Irene ha la pressione bassa e il mal di testa così
torniamo da Tomden per rilassarci un po’.
Giochiamo a carte in cucina. Al di là della pulizia la struttura
delle case di montagna è la stessa per tutti i villaggi
visitati: fondamenta di pietra e muri di terra, legno e pietrame; tetto
piatto con erba e sterco da essiccare (non hanno legna quindi per
alimentare la stufa usano sterco secco); stanza da letto propria e per
gli ospiti; pavimento di terra ricoperto da stuoie; cucina con credenza
a muro con ogni sorta di pentola e teiera; lungo i muri della cucina, a
ferro di cavallo, materassini o tappeti per sedersi a gambe
incrociate, per Fabio una tortura; di fronte ad ogni materassino una
panchetta che si usa come tavolo e al centro la stufa che serve per
cucinare/scaldare; porte basse per non disperdere il calore; bagno in genere
fuori in un locale a parte (più che bagno bisognerebbe dire
buco, nel senso che c’è solo un buco dove dopo ogni uso
bisogna buttare della terra); acqua a secchi ed un unico
“lavandino” senza acqua corrente (un piano di cemento con
un buco) in cucina. Fa visita a Tomden un signore tedesco che ha
scelto di vivere come eremita in una caverna in bilico su una montagna
qui vicino.
Il
German Monk, come lo chiama Lara, è qui da più di dieci
anni... Ha con sé una invitante torta al limone acquistata
alla German Bakery di Kaza (che già conosciamo per i superbi
choco balls) e noi, incuranti del fatto che magari fosse l’unico
suo sostentamento per un mese, ne accettiamo una grossa fetta a testa.
Diamo una mano a Tomden per preparare cena e tentiamo di strappare un
sorriso al figlio più piccolo (circa 5 anni): il primo bambino
con un’espressione triste da strazio che vedo qui in India. Non
c’è traccia della moglie così, visto la tristezza
del bimbo e la “pulizia” della casa, ci immaginiamo una
storia tragica: il vedovo da solo costretto ad accontentare turisti
ciccioni per sfamare il figlio. Più tardi scopriremo che
non è così, infatti, appena sfornato un dal più
riso con piselli e kurd, arriva la moglie dal lavoro dei campi (anche
questo si ripeterà costante nel nostro giro montano: le donne
lavorano i campi e gli uomini non so bene ma un po’ tutti sanno
cucinare) e si appallottola per terra. Aspetta che tutti noi
compreso
il marito (il bimbo è crollato da un po’ in un sonno
letargico per terra) abbiamo finito e poi chiede se può mangiare
il kurd e i chapati avanzati (anche questa sembra un'usanza locale ma
Lara ci spiega che non è così per tutte le famiglie e che
qui nel piccolo Tibet le donne possono dormire nel letto accanto al
marito mentre tradizione indiana vuole il marito sul letto e la
moglie su un materasso per terra!). Dopo cena prime fitte alla pancia
per Fabio, Tony e anche per me. Il kurd (è uno yoghurt molto acerbo e grezzo, ottimo comunque) che lavora (Irene è
allergica ai latticini e non l’ha mangiato). Ci ficchiamo nel
sacco lenzuolo per non dover affrontare il bagno con il buco. Fabio
si chiede quante e quali malattie ci prenderemo, pagando per giunta! (a posteriori posso confermare che invece siamo stati benissimo e ancora ricordiamo con emozione l'esperienza vissuta!)22 agosto 2007
...lo Shilla River, ostacolo insormontabile sulla via per Langcha
Colazione
alle 7. Chapati e uova strapazzate... Lara prepara il lunch box con
chapati, uova sode, biscotti, gli immancabili center fresh duri come
pietre e caramelle mou impossibili da masticare (si attaccano ovunque
ai denti e non c’è modo di staccarle). Salutiamo e
partiamo alle 8 per Langcha dove ci aspetta la famiglia di Lara (moglie
e due figli abitano lì). Avevamo già chiesto più
volte se non fosse un percorso troppo impegnativo... Per noi è faticosissimo camminare a queste altitudini,
non per le gambe, abituate a scarpinate lunghe sulle nostre montagne,
ma per i polmoni che si contraggono a dismisura, il cuore che batte
all’impazzata, la pressione che scende e ti lascia senza forze,
in più gli svizzeri non avevano mai visto una montagna, solo
camminate bordo lago. Riponiamo la questione e il simpatico (senza ironie nascoste, è proprio forte!) Lara ci rassicura: con lui è possibile basta andare piano piano ("slowly slowly" ripeteva).
Dopo
una mezzora di cammino arriviamo nel punto contrassegnato da bandiere
buddhiste colorate e un cumulo di pietre (lapchai) che significa (same same but different) o il confine
tra una zona e l’altra o il punto più alto che si
può raggiungere quindi discesa. Dalla parte opposta vediamo
Langcha... In linea d’aria sarà nemmeno un’ora di
cammino ma sotto di noi c’è l’abisso! Una gola
stretta e profonda dove scorre lo Shilla River (impetuoso torrente che
si origina dai ghiacciai dello Shilla Peak) che però da dove
siamo (molto in alto) non si vede bene. Il discorso è semplice
quanto faticoso/pericoloso: tocca scendere su un minuscolo sentiero
friabile (pietrisco) quanto verticale, passare in qualche modo il
fiume, e poi? Di fronte abbiamo una parete verticale compatta del
tipo che avrebbe fatto gola a Manolo. Lara mostra una picozza del
’30 con manico in legno mezzo rotto e ci dice di seguirlo che
è l’unico a conoscere una via fattibile. Scendere
è già un’impresa non da poco. Sulla parete alla
nostra sinistra vediamo una porta a strapiombo nel nulla... E’ la
caverna del German monk (chissà se dirà una preghiera per
noi dopo che gli abbiamo mangiato tutta la torta!).
In
basso l’unico punto per attraversare il torrente è
però lontano rispetto alla via per risalire indicata da Lara.
Aspettiamo che valuti la situazione seduti su un grosso masso sul
fiume. Lo vediamo arrampicarsi con la picozza rotta e poi lo perdiamo
di vista. Torna dopo una mezzora con acrobazie da circo dicendo che
non c’è problema, Fabio però è scettico
così ripartono insieme a vedere il percorso. Noi sempre sulla
roccia a sgranocchiare i piselli raccolti sulla via. Altri tre quarti
d’ora e li vediamo tornare, Lara sempre convinto e Fabio a pezzi
e bianco come un lenzuolo. Si discute ma alla fine per fortuna non si
và oltre. Troppo pericoloso correre il rischio di farsi male,
per noi sarebbe la fine della vacanza... Quindi nuovo programma:
risalita fino al passo, ritorno a Tashigan, ritorno al punto di
partenza cioè Kibber e, in jeep, Kaza-Langcha. Una fatica
indescrivibile per un totale di 10h di cammino!!! Nella risalita
verticale Irene soffre per pressione bassa e cuore a mille... Lara si
carica il suo zaino. Appena và meglio è Fabio a star male: si
è stancato troppo a seguire la guida nel giro perlustrativo
sulla parete rocciosa e il kurd della sera prima non aiuta...
Gli
altri vanno avanti e noi cerchiamo un posto dove poter liberare le
scariche di diarrea (il triste è che la parete è talmente
ripida che è difficile stare in piedi, figurarsi accucciarsi!). Dopo due soste lunghe e faticose sembra che vada meglio
anche se tra fatica e diarrea il suo fisico è spossato e
disidratato. A sera ce la facciamo e siamo dinuovo seduti alla Norling
a berci un brodo caldo con chowmein (tipo tagliatelline). Gli svizzeri
non ci pensano neanche di proseguire e si fanno lasciare a Kaza da dove
alle 4.30 di mattina tenteranno di prendere un bus per Manali (11h) per
qualche giorno di relax tra shopping e terme.. Noi, dopo aver trovato
non senza problemi una jeep, continuiamo diretti per Langcha dove
arriviamo a sera tarda. La moglie di Lara ci prepara una favolosa tupka e ci
racconta di aver mandato due ragazzi a vedere sulla via... Hanno trovato
delle tracce ma nessuna persona: era preoccupata e felice di vederlo.
I due bimbi (Lodzang 6 anni e Tashi 1 e mezzo) dormono beati. Il paese
è sempre agricolo di montagna ma più pulito e curato
(stanno meglio). La nostra stanza è dipinta di verde, piccola
ma pulita e calda. Fabio dorme su un letto ed io su un materasso per
terra (ormai ci siamo calati nelle tradizioni locali). Stanchi morti
ci addormentiamo subito...Diario di viaggio
- La partenza...
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